EcoFuturo

La Rivoluzione delle Ecotecnologie

Perché Jeremy Rifkin ha preso un abbaglio

Otto anni fa Rifkin annunciava la rivoluzione dell’idrogeno. La rivoluzione non c’è stata. E questo dovrebbe far pensare che abbia preso una cantonata mostruosa.

Ora intervistato da Fabio Fazio ci mette in allarme sui pericoli dei biocarburanti e sui limiti tecnologici del solare. E ci dice: Solo l’idrogeno ci darà la democrazia energetica. Rifkin si è fissato sull’idrogeno come fonte principale ma sbaglia di nuovo. Affrontiamo un problema per volta.

Innanzi tutto Rifkin sbaglia completamente la valutazione complessiva della rivoluzione ecotecnologica che stiamo vivendo. NON ci sarà una sola tecnologia che sostituirà il sistema petrolio.

Puntare oggi su un’unica tecnologia vuol dire rifare l’errore di chi era convinto che internet veloce potesse arrivare nelle case solo cablandole con la fibra ottica. Invece oggi il collegamento veloce ti arriva sul doppino del telefono, sul cavo elettrico, via onde radio, addirittura col segnale ripetuto via satellite.

Il petrolio sarà sostituito da un insieme di soluzioni. Le auto saranno innanzitutto elettriche. Esistono nuove batterie dieci volte meno pesanti e più potenti. Oggi si producono industrialmente pannelli fotovoltaici che producono 1 kW con 5 metri quadrati di superficie. Entro 3-4 anni avremo auto con carrozzerie ricoperte di pannelli che produrranno almeno 2 kW, permettendo di ricaricare le batterie durante il giorno. Inoltre, i sistemi di recupero dell’energia della frenata e delle discese stanno migliorando in modo enorme permettendo di allungare ulteriormente l’autonomia e l’economicità dell’auto elettrica. Infine, pare proprio che l’auto ad aria compressa, acquistata dalla Tata Motors indiana, darà ulteriore impulso all’auto elettrica permettendo un uso vantaggioso dell’energia elettrica immagazzinata sotto forma di aria compressa in bombole.

Contemporaneamente avrà un grande sviluppo il recupero di biogas da scarti vegetali, immondizia organica e liquami. Un patrimonio energetico enorme che oggi gettiamo al vento. Il biogas avrà un ruolo essenziale come carburante per la trazione, anche per il vantaggio della semplicità con la quale si può convertire un mezzo a benzina rendendolo idoneo a funzionare a gas.

Un’altra fetta di petrolio verrà sostituita da una tecnologia nuovissima che consente di produrre gasolio vegetale (non biodiesel) direttamente da scarti vegetali.


C’è poi l’apporto indiscutibile che darà anche l’idrogeno. Una tecnologia fantastica che però oggi si scontra con il fatto che è ancora in molti casi conveniente produrre idrogeno usando petrolio come fonte energetica invece del Sole. Inoltre, l’idrogeno richiede la creazione di una rete di distribuzione capillare abbastanza complessa e anche questo è un problema. I fatti provano quel che dico: da nessuna parte l’idrogeno si è sviluppato al di là del suo uso sperimentale e limitato. Siamo sicuri che entro 3 anni, con la diminuzione progressiva dei costi dei pannelli fotovoltaici raggiungeremo l’assoluta convenienza della produzione di idrogeno da fonti rinnovabili. Ma solo allora potremo iniziare a vedere per le strade distributori di idrogeno dotati di impianti di autoproduzione sul posto. E certamente questa prospettiva è eccellente. Ma solo fra tre anni sapremo quanto saranno andate avanti le tecnologie parallele. Oggi non possiamo dire se sarà più conveniente immagazzinare energia elettrica sotto forma di idrogeno, di aria compressa o di qualcos’altro che ancora non sappiamo.

Ma la fonte energetica principale che cambierà il mondo nei prossimi dieci anni (scommettiamo?) sarà il risparmio. Il nostro sistema si basa sullo spreco delle materie prime: calore, cibo, energia elettrica, acqua, spazzatura. Quando immaginiamo lo scenario energetico del futuro dobbiamo pensare a un risparmio progressivo che tecnicamente potrebbe raggiungere anche l’80% dei consumi attuali (vedi il libro di Paul Hawen, Amory B. Lovins, L. Hunter Lovins: “Capitalismo naturale. La prossima rivoluzione industriale”, Ed. Ambiente, 2001). E questo è un elemento centrale.

Oltre a tutte queste fonti energetiche abbiamo i biocarburanti classici: biodiesel e alcol (per le auto a benzina). In questo momento molti stanno criticando questi carburanti. Hanno ragione. Bush e i petrolieri hanno capito, con 30 anni di ritardo, che il petrolio sta per finire. La bella pensata è stata puntare tutto, all’improvviso, sul biodiesel e alcol. Ovvio che se tento di produrre l’equivalente di tutto il petrolio attualmente consumato solo con i carburanti vegetali e senza diminuire il consumo, devo usare talmente tanta terra che un miliardo circa di esseri umani non avranno più da mangiare. E questo è male. Molto male. Non si deve fare. Ma attaccare i biocarburanti in se è una stronzata colossale. Innanzi tutto abbiamo più volte dimostrato che NON è vero che inquinano più del petrolio. E non dovrebbe essere difficile capire che se brucio olio vegetale o alcol i danni non possono essere tremendi. Ovvio che brucio qualche cosa quindi non ne viene fuori aria pulita….
Ma la questione è che oggi l’Italia butta via 100mila tonnellate circa di olio fritto, che finisce per inquinare il mondo e i mangimi, e addirittura chi ha un ristorante deve pagare una tassa per smaltirlo. E invece in Inghilterra lo filtrano e poi lo usano per far andare le auto e in Germania la casalinga porta l’olio fritto dal distributore di benzina, lo rovescia in una campana che lo pesa ed emette un buono per l’acquisto di carburante.

In Italia buttiamo via milioni di tonnellate di frutta, proveniente dai mercati, dagli scarti di produzione di confetture, succhi ecc. Tutto alcol che va a marcire e a ubriacare i vermi e che gente più furba di noi usa per far andare le auto al posto della benzina. Per non parlare dei terreni che l’Unione Europea paga perché non
siano coltivati per produzioni alimentari e che potrebbero dare indifferentemente olio, alcol o gas. I biocarburanti avranno in futuro il ruolo importante di sistema per recuperare energia che oggi viene buttata
via. Nessun ecologista ha mai pensato di sostituire tutto il petrolio consumato oggi con biocarburanti. Solo Bush può concepire simili mostruosità. Ora non è che se uno vuole usare, laddove conviene economicamente ed eticamente, i biocarburanti deve diventare il diavolo perché mo’ Bush vuole sterminare un miliardo di persone coltivando biocarburanti ovunque perché ha paura di non averne abbastanza per il suo tagliaerba elettronico (una bestia da 88mila cavalli vapore). Proprio perché siamo sull’orlo del baratro ambientale dovremmo continuare a ragionare pacatamente. Mia nonna diceva “di qualunque cosa il troppo stroppia”.

L’auto ad aria compressa è viva e lotta insieme a noi!!!
Il colosso indiano Tata Motors ha firmato con Mdi di Négre (padre e figlio) un contratto per la produzioni in India dell’auto ad aria compressa. Il fatto che un’azienda dello spessore di Tata abbia deciso di investire su questo progetto dimostra che non si tratta dell’invenzione bislacca di un folle. In molti ne siamo convinti da anni.
Quando 6 anni fa salii su uno dei primi prototipi, nella fabbrica di Marsiglia, ebbi la sensazione di muovermi con la macchina del futuro. Era un’auto straordinaria, un’invenzione geniale, economica ed ecologica. Una monovolume a sei posti, grande bagagliaio, 200 chilometri di autonomia, raggiungeva i 120 chilometri orari, consumava 3 euro di elettricità per percorrere 100 chilometri e sarebbe dovuta costare 12mila euro. Veniva alimentata direttamente con aria compressa allo stato liquido, contenuta in due grandi bombole, alloggiate sotto l’auto per tutta la sua lunghezza. In alternativa era dotata di un compressore elettrico capace di riempire le bombole. Per ottenere un pieno era sufficiente collegarla per una notte a una presa di corrente. Insomma già 6 anni fa era un’auto strepitosa. Tra l’altro si avvaleva di ben 56 brevetti originali. Tutto era particolare: dall’impianto elettrico con 3 chilogrammi di fili al posto dei 30 di una comune auto di media cilindrata, ai sedili con anima tubolare che proteggevano il conducente in caso di incidente, al meccanismo per abbassare manualmente i vetri dei finestrini. La carrozzeria era stata progettata per essere leggerissima, offrire ottimi risultati nei crash test e venir costruita anche in fibra e resina di canapa. Ma, nonostante le potenzialità ecologiche ed economiche di quest’auto, sono passati gli anni e i Négre non sono ancora riusciti a omologarla in Francia. E qui bisogna proprio fermarsi e chiedersi come sia possibile che si sia riusciti a bloccare la commercializzazione di un mezzo simile per così tanto tempo.

Ora, appunto, la scesa in campo di Tata cambia tutta la situazione. Ho telefonato alla Mdi e ho sentito aria di grande festa. È tutto vero, mi confermano. Entro un anno e mezzo gli indiani inizieranno a vendere questo miracolo tecnologico, sbeffeggiato dalle grandi case automobilistiche europee, sabotato dalla lobby dei petrolieri e da politici ottusi.

E, di certo, dopo l’omologazione in India sarà difficile per i burocrati europei negare all’auto ad aria compressa il permesso di circolazione sulle nostre strade. Il segreto di quest’auto sta in un’idea rivoluzionaria. Ai tempi gli ingegneri della Fiat elaborarono un’analisi tecnica di 16 pagine che dimostrava che questo mezzo avrebbe potuto percorrere solo pochi chilometri, molti meno dei 200 che dichiaravano i Négre. E non avevano tutti i torti: per quanto si possa immagazzinare molta aria compressa allo stato liquido, questa può esprimere solo poca potenza. Ma Négre aveva escogitato un sistema per moltiplicare l’autonomia del mezzo. Infatti, l’aria compressa a 300 bar di pressione esce dalle bombole a 70 gradi sotto zero. Più l’aria è compressa più è fredda, è un principio noto ma non pienamente sfruttato fin’ora nelle sue possibili applicazioni. Négre invece di usare direttamente la pressione dell’aria, la faceva entrare in un contenitore dove veniva scaldata dalla temperatura stessa dell’auto. In questo modo l’aria, aumentando di temperatura, si espande notevolmente e solo a questo punto veniva utilizzata la forza della sua pressione. Ed è questo il segreto che consentiva all’auto di raggiungere un’autonomia di 200 chilometri. Uso il passato perché in questi anni i prototipi sono stati ulteriormente sviluppati. Nell’auto ad aria compressa è stato integrato un serbatoio di gas e il motore può essere indifferentemente azionato dalla combustione del gas o dall’aria compressa. È cioè un motore ibrido. Così se non c’è modo di alimentare l’auto con una presa di corrente o un pieno di aria compressa liquida, si può farla andare con il gas che già è supportato da una rete di distributori.

La presenza del gas ha anche un’altra funzione che ha portato l’ultimo modello a un’autonomia di 500 chilometri e una velocità di 150 chilometri orari. Infatti, l’aria in uscita dalle bombole ora viene scaldata nel “vaso di espansione” con una fiamma alimentata dal gas così da moltiplicare ulteriormente il volume dell’aria e quindi moltiplicare la quota utilizzabile di pressione. Invece di utilizzarla a 2-3 gradi di temperatura la si porta a 30 gradi. E, come abbiamo detto, aumentando la temperatura, l’aria si espande ulteriormente. Infine, si è sperimentato l’uso di meccanismi che recuperano l’attrito della frenata dell’auto e dell’inerzia nei percorsi in discesa per sviluppare elettricità che permette di comprimere altra aria nelle bombole. Insomma, l’auto che si sono comprati gli indiani è “completamente diversa”. Ma qualche europeo che si dovesse svegliare all’ultimo momento avrebbe ancora la possibilità di buttarsi sull’affare, almeno per quanto riguarda alcuni paesi dove i diritti di sfruttamento dell’invenzione sono ancora liberi. Infatti, il meccanismo commerciale con la quale quest’auto viene proposta è anch’esso particolare. Mdi detiene i brevetti e cede fabbriche chiavi in mano e diritti commerciali di esclusiva su un dato territorio. Tata Motors ha comprato i diritti per l’India. Ma, ad esempio, Eolo Italia, che deteneva i diritti per il nostro paese, pare non esista più e quindi i diritti potrebbero essere liberi. Vedremo quel che succederà ora. E certo la partita non è chiusa (vedi anche qui).

Resta da registrare che insieme all’auto ad aria compressa sono molte le tecnologie che le Multinazionali del Dolore sono riuscite a sabotare. Vi ricordate le campagne di linciaggio contro gli scopritori della fusione fredda? Oggi nessuno più la mette in discussione e ci sono decine di brevetti registrati. Ma ancora gli investimenti nella ricerca, per arrivare ad applicazioni industriali, sono minimi.

E che dire del progetto delle torri energetiche da costruire nei deserti? Bloccato anche quello. Si tratta di enormi tubi, alti 800 metri e larghi 400. Sarebbero da installare nei deserti più torridi. Alla base migliaia di metri quadrati di pannelli solari scaldano l’aria che salendo attraverso il tubo si espande grazie all’alta temperatura dando vita a un vero e proprio tornado artificiale all’interno del tubo stesso. In cima una schiera di pale eoliche azionano enormi turbine che producono elettricità. Figuratevi che basterebbero 40 di questi tuboni per produrre l’energia elettrica necessaria a tutto il pianeta. Anche questo progetto è bloccato da anni (vedi anche: http://www.alcatraz.it/redazione/ news/show_news_p.php3?NewsID=1587).

E vorrei notare che anche qui, come nel caso del motore ad aria compressa, siamo di fronte a un uso trasversale di conoscenze vecchie sulla interazione tra temperatura e dilatazione dell’aria. Ma la lista delle invenzioni bloccate è lunga (vedi il libro “Olio di colza – 30 modi per risparmiare, proteggere l’ambiente e salvare l’economia”. Dario Flaccovio Editore, 2007).

Nel nostro piccolo il premio Nobel Rubbia ha dovuto andarsene in Spagna per veder realizzata la sua idea di centrale solare “di potenza”. Una cosa geniale: con specchi e lenti si scalda fino a 500 gradi una miscela di sali minerali contenuta in tubi di metallo brunito posti all’interno di tubi trasparenti, isolanti termicamente. Vengono scaldate sostanze innocue simili chimicamente ai comuni fertilizzanti agricoli. Queste sostanze a 500 gradi sono liquide e vengono accumulate in un grande serbatoio sotterraneo, coibentato per non disperdere il calore. In questo modo lo si può utilizzare sia di giorno che di notte per produrre elettricità. Con questo calore viene portata dell’acqua a 100 gradi e si sfrutta il vapore così prodotto per azionare un generatore elettrico a turbina. Fra duecento anni i nostri pronipoti si chiederanno increduli: ”Ma perché se avevano già tutte le invenzioni necessarie per evitare l’inquinamento hanno continuato per decenni a suicidarsi respirando petrolio bruciato?”
La risposta sarà una sola: ”Siamo coglioni!”

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